Invece proprio in 30 anni che si assiste a un frequente calo della libido

Invece proprio in 30 anni che si assiste a un frequente calo della libido in parte anche il fisiologico calo della produzione di testosterone di venti anni.

uomo di trent’anni può essere ancora alla ricerca di un lavoro adeguato con le sue aspettative o può sentirsi costretto a un tour de force per raggiungere una certa stabilità professionale ed economica. E, spesso, questo tipo di circostanza crea frustrazione. Delusione, attualmente, come è noto, è nemico della sessualità. Così come io sono nemico di nostalgia, la monotonia e la routine che possono derivare da un rapporto di convivenza e matrimonio.

consiglio è quello di risvegliare la sua sessualità maschile, in questa delicata fase, per evitare per concentrarsi sulla ricerca spasmodica di un orgasmo e non sentirsi sempre in dovere di dare il massimo per raggiungere uno o più orgasmi con il partner (l’ansia). Idealmente imparare a dare un grande valore preliminari, per aumentare anche in grado di rilassarsi e allentare la morsa dello stress

Letizia

Mi hai legata. Lo sai che mi piace, lo so che ti piace. Oramai non ne posso più fare a meno. L’hai fatto la prima volta che ci siamo rincontrati: eri stato particolarmente audace, considerando il fatto che non ci vedevamo più da oltre otto anni. Ricordo che mi lasciasti dei lunghi segni rossi sui polsi che faticai a nascondere sotto le maniche del tailleur. Non so per quale ragione, ma rimasi quasi dispiaciuta quando sparirono. Poi comprasti questo paio di polsiere in cuoio: alte, morbide, in qualche modo addirittura eleganti. A volte penso che mi stiano talmente ben addosso che potrei portarle tutto il giorno, come un monile. Penso che ti piacerebbe se lo facessi: ti sentiresti lusingato che io esibissi i simboli del tuo possesso ma sai bene che non è così. Non te lo concederei se tu non fossi alla mia altezza.

Ecco, mi hai stretto le fibbie attorno ai polsi, mi hai legato le mani alla spalliera del tuo letto. Adesso sono nuda, con le braccia aperte e immobili. No, non sono nuda. Ho scelto di mettermi addosso ciò che mi piace, ciò che ti piace: le mie calze, la tua collana. E i miei stivali.

Oggi voglio sentirmi particolarmente bella. Voglio sentirmi bene. Voglio stupirti. Ho lasciato detto in studio di disdire tutti gli appuntamenti, poi ho telefonato al mio parrucchiere e all’estetista. E’ una giornata importante: il tuo nuovo appartamento. Ne sei così entusiasta. Hai comprato questo grande loft, arredato con gusto come piace a te, con questa immensa vetrata affacciata s’un giardino interno: me ne hai parlato a lungo descrivendomi tutti i dettagli, in un certo modo mi ci hai condotto ancora prima che ne varcassi la soglia. So che ti piace circondarti di cose belle, è nel tuo stile, e non mi hai deluso. Bisogna festeggiare. Così ho fatto una cosa che non avevo mai fatto prima: me la sono depilata completamente. Non se ti piace o meno, ma tutte le puttanelle dei tuoi giornaletti e dei tuoi filmini ce l’hanno proprio così, tutta liscia e glabra, esibita in mezzo alle cosce come i lembi di un sipario in attesa di sollevarsi s’uno spettacolo di prestigio. Mi sento strana a vedermi così, è una sensazione insolita, ma non voglio essere a meno di loro.

Poi ho indossato quel vestito, quello stretto, con quella scollatura profonda sulla schiena, le mie calze velate, i miei stivali, quelli col tacco a stiletto. So che ti piacciono, li abbiamo scelti assieme. Mi ricordo com’eri eccitato quando li comprammo: t’avevo guardato in tralice, gettandoti un’occhiata di rimprovero, perché, in qualche modo, aveva finito per accorgersene anche la commessa del negozio. Poi quella sera, non appena rientrati a casa, non avevi potuto fare a meno di scoparmi appena chiusa la porta, sbattendomi sul tavolo del soggiorno in mezzo ai tuoi libri e alle tue carte. Fuori pioveva, non mi avevi dato neppure il tempo di togliermi l’impermeabile. L’appartamento era immerso nel buio: ho potuto sentire soltanto le tue mani che mi sfilavano di dosso frettolosamente la gonna, abbassarmi le mutandine e poi il tuo lungo cazzo entrarmi dentro, di colpo.

Sei venuto quasi subito, senza darmi neanche il tempo di godere: di solito non lo fai mai, di solito ti piace indugiare a lungo prima di penetrarmi, ti piace sfinirmi, ti piace che t’implori, ma quella sera no, quella sera avevi soltanto voglia di prendermi e di sbattermi, non t’importava nient’altro. Per quanto il mio corpo fosse rimasto insoddisfatto, mi ricordo quanto mi era piaciuto essere posseduta in quel modo: mi aveva fatto impazzire. Rammento che ero dovuta correre in bagno a toccarmi subito dopo, procurandomi quell’orgasmo che la tua fretta, in qualche modo, mi aveva negato. Ero rimasta scossa per tutta la sera.

Adesso però sono qui, sento le tue labbra scorrermi sulla pelle e i tuoi baci sfiorarmi la rotondità dei seni. Sei tornato ad essere quello che sei: abile, delicato, paziente, addirittura meticoloso, anche nel procurarmi piacere. Mi aggrappo alla spalliera del letto per quanto lo consenta la libertà di movimento offertami dalle polsiere e dai lucchetti. La luce della sera, una luce grigia, sottile come il pulviscolo, cola dalla grande vetrata e dal lucernario sul soffitto. E’ autunno, o forse inverno, il tempo è un dettaglio privo d’importanza.

Mentre mi succhi deliziosamente i capezzoli penso appunto a lla grande parete a vetri di questa casa: affaccia s’un giardino ben curato, un gazebo ricoperto di glicine rampicante si eleva nel mezzo mentre siepi di caprifoglio e di bouganville ricadono lungo i muretti in pietra che cingono i vialetti. Tutto intorno altre case, altri palazzi, altre finestre illuminate dalla luce calda della sera. L’hai scelto anche per questa ragione questo appartamento: per il silenzio e la pace del giardino, per il profumo intenso del caprifoglio che ti ricorda la dolcezza della riviera nei primi giorni d’estate, per il colore delle foglie degli aceri che in novembre si accendono di un colore rosso sangue. Di che cosa mi parlavi? Ah, sì, certo, ricordo, stavi esibendo la tua consueta erudizione, parlavi della bellezza di quel giardino come simbolo della corrispondenza tra ordine naturale e ordine spirituale delle cose… Ma io so cosa ti sarebbe piaciuto veramente. Me ne avevi accennato una volta, dicesti che l’avevi letto in un libro, o visto fare in un film.

Eccomi allora: sono in piedi, davanti alla vetrata. Indosso soltanto le mie calze, i miei stivali, e la tua collana. Mi appoggio con le mani ai vetri, le braccia leggermente tese di fronte a me, e mi piego in avanti. Divarico le gambe. Il mio seno nudo oscilla lievemente sotto di me. Le tue mani mi afferrano i glutei, ne allargano il solco poi la tua lingua comincia a scorrermi nel mezzo e rotola leggera sul mio ano. Sento circondare tutto il mio orifizio con i tuoi baci sottili e scivolosi, certe volte ti fai un po’ più audace e vorresti entrarci dentro, ma il mio buchetto è stretto, i miei muscoli sono ben serrati e non ti lasciano passare. Mi piace e mi bagno.

Le luci dei palazzi tutt’intorno riverberano sui vetri sovrapponendosi al riflesso del mio corpo che appare e scompare sotto di me. Cerchi di leccarmi un po’ più in basso, di baciarmi e d’insalivarmi tra le cosce, ma da quella posizione non ti è facilissimo, così ti rialzi, impugni il tuo membro e lo guidi dentro la mia vagina che t’aspetta già da tempo. Mi afferri saldamente per i fianchi e mi scopi così. Sono scomoda e a volte sento le gambe cedere sotto di me ma tu mi tieni stretta nella morsa delle le mani, posso solo cercare di raddrizzarmi un po’ di più per fare in modo che il peso del mio corpo gravi meno sulle braccia ma tu non me lo consenti e i colpi del tuo bacino si schiacciano contro i mie i glutei schiaffeggiandoli. So cosa stai pensando in quel momento: vorresti che ci vedessero. Hai voluto che m’appoggiassi alla vetrata proprio per quel motivo: il tuo potere, mio caro, il tuo potere, la solita, vecchia storia del maschio più forte del branco che esibisce la sua preda, la sua femmina, inguainata nelle calze di nylon, fasciata nei suoi stivali, nei suoi zoccoli, sbattuta come una pezza, come uno straccio, posseduta e sottomessa in quella maniera squisitamente animalesca.

Te lo lascio immaginare, in fondo non mi costa nulla. Vorresti che qualcuno dall’altra parte del giardino, affacciandosi per caso a una finestra, potesse in qualche modo scorgerci, che qualcun‘altro, un altro uomo forse, un tuo rivale, restasse di stucco ad osservarci tra la sorpresa e l’invidia distinguendo la sagoma del mio corpo che oscilla come un giocattolo avanti e indietro, riverso sotto il tuo. Mi piace quello che fai, mi piacciono le circostanze sempre nuove che la tua immaginazione sa ricreare, l’ardore, la passione che dimostri. Ma in questo gioco non sono io il trofeo, non sono io la preda. Pensaci: potrei semplicemente dirti di no, decidere di sparire per un certo tempo, riattaccare il telefono quando mi chiami, non rispondere ai tuoi messaggi. Cosa faresti allora? Puoi comprare il sesso in giro per le strade, hai abbastanza denaro per farlo tutte le volte che vuoi, ma non puoi comprare il mio desiderio, il piacere che ti mostro, a te e soltanto per te, tutte le volte che mi baci, che mi prendi, che mi fotti. Quello, lo sai bene, posso dartelo soltanto io. Io e nessun’altra.

Ora che sono sdraiata e legata sul letto la tua lingua comincia a frugarmi in modo insolente tra le cosce. Non mi hai detto ancora cosa ne pensi di me in questa nuova versione, senza più i riccioli del mio pube che s’avvolgono attorno alle due dita, così aperta e nuda. Cosa ti sembro adesso? Una paziente, una troia, una ballerina? Dall’impegno che ci mette la tua lingua sembra propri che la novità ti aggradi. Mi sfugge un mugolio dalle labbra, mi sento avvampare di piacere ma non voglio darti la soddisfazione di vedermi godere, non ancora. Mi mordo le labbra. A cosa sto pensando? Alla tua bocca? Oh, certamente alla tua bocca…

Hai diciannove anni, io ne ho ventuno. E’ piena estate. Ricordo la stanza di una casa di campagna affrescata a calce, un grande letto matronale come quelli di un tempo e la specchiera di un armadio proprio di fronte alla testiera. Granelli di polvere che galleggiano avvolti dentro un fendente di luce che filtra attraverso le fessure delle imposte socchiuse. Ti voglio, ti spoglio, afferro il tuo membro tra le dita, me lo porto alla bocca e lo succhio. Una radio accesa suona qualche cosa al piano di sotto. Sei morbido e dolce, sei fresco come le lenzuola di quel letto, il pavimento di pietra di quella casa. Mi guardo nello specchio mentre te lo prendo tra le labbra, mentre ti sento fremere sotto di me. Nessuna donna te l’aveva ancora mai fatto, ricordi? Nessuna donna prima di me, ed ero così felice, così orgogliosa di essere io la prima. Non eri abituato a sentire tutta quella delicatezza, non lo eri affatto, e mi venisti tra le labbra in pochi minuti in un lungo e pulsante zampillo che mi bagnò il viso e le labbra. Ti ripulii con la lingua, il gusto del tuo seme era dolce allora così com’è dolce ancora adesso, non è cambiato negli anni.

Poi, mentre me ne restavo sdraiata al tuo fianco accarezzandoti, tu, senza dirmi nulla, come un’onda, spontaneamente, scivolasti tra le mie cosce e cominciasti a leccarmi. Appoggiata alla spalliera massiccia del letto, non riesco a staccare gli occhi da quell’immagine ipnotica riflessa nello specchio: tu, accovacciato tra le mie gambe, la tua testa, i tuoi capelli tra le mie mani, il tuo viso, e tutto quell’infinito piacere che mi sommerge, mi avvolge, la tua lingua che mi fruga rapida dappertutto, che passa e ripassa, scostandomi i lembi della vulva, delicata e intransigente allo stesso istante. I miei umori colano tra le lenzuola. Ora stai facendo esattamente la stessa cosa, ma c’è qualcosa di diverso in quello stesso gesto, non saprei dire precisamente cosa, non è soltanto il tempo o l’esperienza, non è soltanto la padronanza del tuo corpo, o la conoscenza del mio, o l’intimità riconquistata dopo tutti questi anni. Cerco di trattenermi per non venirti subito in bocca, per non venirti addosso come allora. Non ero mai arrivata all’orgasmo soltanto in quel modo, non pensavo che quel gesto avrebbe avuto il potere d’appagarmi così completamente, eppure tu ci riuscisti. Sei stato il primo. Non te l’ho ancora mai detto.

Adesso il loft è immerso nella penombra. Ti sei alzato e hai acceso un’abat-jour da qualche parte, un ritaglio di luce caldo e luminoso traccia un cerchio perfetto sul soffitto. Ho resistito quanto ho potuto, ma non mi basta più la tua lingua, il mio corpo reclama a tutti costi di essere afferrato. Ci conosciamo da così tanto tempo, la vita ci ha calpestato tante di quelle volte che non riusciamo più a distinguerne le orme che ci ha impresso addosso le une dalle altre. Lo sappiamo entrambi: non abbiamo più tempo da sprecare. Voglio il tuo corpo e subito, il tuo cazzo e subito. Chiudo gli occhi in attesa d’averti. Devo averti. Voglio averti.

No, non ancora.

Sto conversando con te, seduta s’uno sgabello, appoggiata al bancone dell’angolo cucina: hai voluto che questa zona del loft somigliasse in qualche modo al locale di un bar o alla reception di un albergo; devo ammettere che, come soluzione, s’intona molto bene con il resto dell’arredamento. Parliamo del mio lavoro, tu parli del tuo, io dei miei uomini e tu delle tue donne. Mi servi un drink. Ecco, mi spogli, resto nuda. Tu prendi nuovamente quelle polsiere e questa volta mi leghi le mani dietro la schiena. Mi inviti ad alzarmi in piedi, poi mi obblighi a chinarmi in avanti. Prendi una dose di gel lubrificante da un flacone, ci giochi per un po’ spargendolo sulle tue dita, mi tocchi, poi me ne spalmi un abbondante quantità proprio tutt’attorno alla soglia del mio ano. Una parte del gel mi scende all’interno di una delle cosce, freddo e vellutato al contatto con la pelle. I faretti sopra il bancone disegnano il mio profilo sulla moquette in un gioco di ombre cinesi che s’intrecciano le une alle altre con diverse sfumature. Non faccio fatica a immaginare cosa tu voglia da me, ma questa volta mi sbaglio. Tiri fuori uno di quei falli di lattice di forma conica, piccolo e tozzo, che si allarga dalla punta sino alla radice, lo lubrifichi per bene e lo appoggi all’ingresso del mio orifizio. Mi sento pronta ad accoglierlo ma la sua punta è insolitamente dura e istintivamente cerco di respingerlo. Te ne sei accorto, so che ti piace se mi sento violata mio malgrado, allora premi con un po’ più di forza. Adesso sento che m’invade, è più grosso di quello che mi aspetto ma sei sufficientemente accorto ed esperto da non procurarmi alcun tipo di dolore. Lo risucchio dentro completamente in modo che ne sporga all’esterno solo la base un po’ più larga. Poi, continuando a tenere premuta la tua mano tra i miei glutei, mi fai alzare e mi fai accomodare nuovamente sullo sgabello. Le gambe di quest’ultimo sono sufficientemente alte da impedirmi di toccare con i piedi per terra, quindi tutto il peso del mio corpo finisce per gravare sul bacino aumentando sensibilmente la pressione che quel fallo artificiale esercita dentro di me. Poi mi leghi anche le caviglie. Non posso che restarmene così, immobile, appollaiata su quel sedile, aperta e dilatata. Ogni volta che cerco di accomodarmi in una posizione meno stancante sento il fallo di gomma, come un intruso, muoversi un po’ più in fondo e premere in qualche punto imprecisato del mio retto. Ti guardo, tu fai finta di niente. In piedi, ancora perfettamente vestito, in giacca e cravatta, così come se fossi appena rientrato da un’importante riunione di lavoro, parli al telefono dei tuoi mille affari, rivolto alla vetrata sul giardino, come se non esistessi, come se fossi soltanto uno qualsiasi, forse solamente il più originale, dei tuoi raffinati soprammobili. Vuoi sentirti superiore, ma non ti permetto di giocare questa mano da solo. So come fare. Socchiudo gli occhi. Cerco di concentrarmi con maggiore attenzione sulle sensazioni che quella posizione e quel fallo di gomma mi stanno procurando. Poi, lentamente, dando tempo al mio retto d’abituarsi, d’ammorbidirsi, d’allargarsi, lasciando che ogni pensiero mi scivoli di dosso come biglie di vetro lungo un impercettibile piano inclinato, sento l’imbarazzo e il fastidio trasformarsi in qualcos’altro, in una specie di raffinata, sottile, impareggiabile forma di piacere. Sento i brividi corrermi addosso lungo la schiena, sino alla radice della mia nuca. Adesso cerco di ondeggiare lentamente su me stessa, sollevandomi e abbassandomi sugli addominali in modo da sentire il dildo di lattice muoversi leggermente. Ansimo socchiudendo le labbra. Sento gli umori della mia vagina scivolarmi tra le cosce e allargarsi sotto i miei glutei sul freddo sedile di metallo dello sgabello. Sto godendo. La casa è avvolta in un silenzio perfetto e definitivo. Mi stai guardando, lo sento. Ti stai gustando lo spettacolo, posso avvertire la tua eccitazione anche se tengo le mie palpebre ben chiuse, come un’onda che s’irradia, mi avvolge e si riflette. Ti piace atteggiarti a mio mentore, a maestro di cerimonie, vuoi condurmi per mano fino ai limiti più estremi, mostrarmi cose che non ho mai visto, provare cose che non ho mai provato, sorpendermi, provocarmi, stupirmi. Ma non sono qui per solleticare la tua vanità: sono qui soltanto per me stessa, vivo soltanto per me stessa, e tu, lo sai bene, non puoi fare diversamente da me. E’ questa la ragione per la quale sono entrata ed uscita così tante volte dalla tua vita da perderne sin anche il conto: noi siamo uguali. Non spacciare tutto questo per amore, non lo è. Non pensare a noi due come a una coppia, non lo siamo. Siamo semplicemente due carte del mazzo capitate per caso in mano allo stesso giocatore e valiamo quello che valiamo soltanto fino a che, al prossimo giro, pescando nuovamente, non gli capiterà una carta più alta. Tutti finiamo prima o poi nel mazzo degli scarti, tanto vale giocare per vincere quando viene il nostro turno.

Riapro gli occhi. Forse ho immaginato tutto, forse no. Il cielo è diventato buio. Fuori, il giardino è immerso nel silenzio e il colore delle chiome degli aceri è soltanto un’ombra più scura delle altre. Ti stai facendo strada dentro di me. Mi penetri con tutta la tua forza, come mi piace che tu faccia, reclinando la testa nell’incavo della mia spalla, il tuo volto accostato al mio, le tue mani sotto i miei glutei che mi sollevano il bacino, il tuo cazzo dentro di me sino alla radice, percuotendomi con i tuoi colpi quasi volessi farmi male. Il mio corpo teso sotto il tuo. Il tuo sesso dentro il mio. La tua bocca dentro la mia. Se vuoi venire, fallo pure. Voglio soltanto guardarti negli occhi mentre mi scopi, voglio che tu mi riconosca, voglio poterti riconoscere. Voglio vedere se nel tuo sguardo c’è ancora quella stessa luce, quella che vi scorsi la prima volta che ti ebbi da ragazzo, nel luglio di quell’estate. Che m’importa cosa ti credi di essere adesso? Sono stata la tua prima donna, ho impresso il mio stampo nella cera, il tempo non ha fatto altro che riempirlo. Siamo ancora qui, nonostante tutto.

Il tuo respiro va e viene contro le mie costole sgocciolando lentamente.

Ho ancora indosso gli stivali. Mi baci sulle labbra, e allora, quasi inavvertitamente, di sfuggita, chissà se per debolezza, o forse per passione, mi chiami pronunciando il mio nome.

Letizia